ITINERARI DEL GUSTO NEL CILENTO

CULTURA CHE NUTRE, SAPORI CHE EMOZIONANO

Postcards from Cilento: il progetto che racconta il territorio attraverso cartoline, itinerari e sapori.

C’è un modo nuovo di raccontare il Cilento, ed è fatto di acquerelli, storie, ricette, sentieri e volti.
Si chiama Postcards from Cilento ed è un progetto narrativo ed esperienziale che unisce arte, territorio e cultura gastronomica in un’unica grande mappa emozionale.

Nato dall’idea di trasformare il Cilento in una collezione di cartoline illustrate, il progetto raccoglie luoghi, gesti, tradizioni e sapori in una serie di immagini poetiche che diventano porte d’accesso a itinerari reali: il mare di Palinuro, gli ulivi pisciottani, i forni dei borghi, i pastori di montagna, i fichi bianchi, le erbe spontanee, la cucina popolare.

Ogni cartolina è un invito a rallentare, osservare, ascoltare.
Ogni itinerario è un modo per vivere il territorio con rispetto e curiosità.


Un progetto che nasce dalla comunità.

Postcards from Cilento non è solo un prodotto grafico o turistico: è un ecosistema narrativo che coinvolge pescatori, frantoiani, cuoche, pastori, artigiani, guide, aziende agricole e famiglie che custodiscono saperi antichi.

I laboratori del gusto – dall’olio pisciottano al pane e grano, dai formaggi alla cucina popolare – diventano momenti di incontro, scambio e memoria.
Qui il turista non osserva: partecipa, impara, assaggia, ascolta.


Il cuore del progetto sono le cartoline illustrate in stile acquerello vintage.
Ogni immagine cattura un frammento di Cilento: sono piccole opere d’arte che parlano di luce, lentezza e autenticità.


Itinerari esperienziali: dal mare ai monti

A ogni cartolina corrisponde un itinerario:

  • Grotte e mare di Palinuro
  • Raccolta e degustazione dell’olio pisciottano
  • Pane, grano e comunità nei borghi dell’interno
  • Pastorizia e formaggi ai piedi del Cervati
  • Erbe spontanee e biodiversità del Parco
  • Dolci della tradizione e fichi bianchi
  • Cucina popolare e ricette di famiglia

È un modo per scoprire il Cilento camminando, assaggiando, incontrando.


È un archivio vivo, in continuo movimento, che accompagna il lettore dentro il Cilento più autentico.


È un progetto che non si limita a mostrare il Cilento: lo racconta, lo vive, lo condivide.


Postcards from Cilento è un invito a scoprire il territorio con occhi nuovi, con il ritmo lento delle cose fatte bene e con il rispetto che si deve ai luoghi che amiamo.

Scauratielli cilentani: il dolce che racconta l’eredità greca del nostro territorio

I dolci tipici della Campania custodiscono spesso storie antichissime, tramandate più con le mani che con le parole. Nel Cilento, questa memoria affonda le radici in un passato che parla greco: gli antichi ellenici, presenti lungo la costa con i loro avamposti commerciali, portarono con sé ingredienti, tecniche e simboli che ancora oggi ritroviamo nelle nostre ricette più identitarie.

Tra questi, gli scauratielli occupano un posto speciale. Il loro profumo di miele – ingrediente prezioso per conservare e proteggere i cibi nel tempo – è un richiamo immediato alla cucina delle feste, ai riti familiari, ai gesti lenti che sanno di casa. Quel tocco di dolcezza che appaga i sensi non è solo gusto: è cultura, è continuità, è un filo che unisce generazioni.

Scauratielli

La forma che parla: Alfa e Omega

La caratteristica forma a fiocco o a piccola ciambella non è casuale. Ricorda infatti le lettere greche Alfa e Omega, simboli dell’inizio e della fine, del ciclo che si chiude e si rinnova. Un significato profondamente pagano, legato al solstizio d’inverno e al ritorno della luce, che nel tempo si è intrecciato con le tradizioni popolari cilentane.

E così, ogni anno, durante le festività invernali, gli scauratielli tornano sulle tavole come un rito immancabile. Sono le “zeppoline buone” che si condividono tra parenti e amici, quelle che profumano di agrumi, miele e ricordi. Un dolce semplice, ma capace di evocare calore, intimità e appartenenza.

La tradizione di famiglia secondo lo chef Gerardo Cosentino

Tra coloro che custodiscono e reinterpretano questa ricetta c’è Gerardo Cosentino, chef cilentano profondamente legato alle sue radici. Con la mamma Lucia, Gerardo continua a riproporre gli scauratielli come li preparavano sua nonna e le donne della sua famiglia: un gesto d’amore verso la propria terra, un modo per raccontare – attraverso un dolce – l’identità del Cilento.

Ricetta degli scauratielli cilentani

(versione tradizionale)

Ingredienti

• 500 g farina 00

• 800 ml acqua

• 120 gr zucchero

• buccia di un limone e di un’arancia bio

• un bicchierino di liquore Strega o vino bianco

• un pizzico di sale

• un rametto di rosmarino

Procedimento

1. Portare a bollore acqua, liquore Strega/vino, sale, zucchero, bucce di agrumi e rosmarino.

2. Dopo qualche minuto, eliminare aromi e rosmarino.

3. Abbassare la fiamma e versare la farina tutta insieme.

4. Mescolare con una paletta di legno finché l’impasto non si stacca dalle pareti.

5. Trasferire sulla spianatoia oleata e far intiepidire lavorando energicamente

6. Impastare fino a ottenere una massa liscia e omogenea.

7. Formare cilindri di circa 1,5 cm e modellare le forme che ricordano Alfa e Omega.

8. Friggere in olio caldo a 180°C.

9. Cospargere con miele e decorare con rosmarino fresco.

«Questa è la forma classica degli scauratielli, quelli della tradizione contadina, che mi ha insegnato da piccolo mia nonna Maria e poi mamma Lucia», racconta Cosentino.

Il Natale nel Cilento: un racconto di dolci, mani e memoria

Nel Cilento, il Natale non arriva mai all’improvviso. Lo si sente avvicinarsi nei gesti lenti delle donne che impastano, nei profumi che iniziano a salire dalle cucine, nei racconti che riaffiorano mentre si preparano i dolci di sempre.

Qui, ogni ricetta è una storia, ogni ingrediente un frammento di identità.

Le prime a comparire sono le pastorelle, piccole stelle ripiene di castagne, cioccolato e agrumi. Nascono da un territorio che ha sempre saputo trasformare la semplicità in ricchezza: le castagne dei boschi, il miele delle colline, il profumo dei mandarini raccolti nei cortili. Prepararle è un rito familiare: si stende la sfoglia, si riempiono i piccoli scrigni, si chiudono con cura, come si farebbe con un segreto prezioso.

Poi arrivano gli scauratielli, forse il dolce più antico, quello che più di tutti racconta la spiritualità del Natale cilentano. L’impasto si lavora con acqua, farina, vino e scorze di agrumi. Le mani lo modellano in forme che ricordano simboli antichi, quasi un linguaggio sacro. Quando sfrigolano nell’olio caldo, la casa si riempie di un profumo che è insieme festa e nostalgia. E il miele, colato a filo, diventa una benedizione dorata.

Gli struffoli, con la loro allegria di palline dorate immerse nel miele, portano invece la gioia dei bambini. Ogni famiglia ha la sua variante: chi aggiunge limoncello, chi preferisce la scorza d’arancia, chi li decora con mandorle tostate. Sono il dolce della convivialità, quello che si mette al centro della tavola e si mangia tutti insieme, “a pizzichi”, tra una risata e un ricordo.

E poi ci sono loro, i fichi bianchi del Cilento, che non hanno bisogno di presentazioni. Essiccati al sole estivo e conservati con cura, diventano protagonisti delle feste: farciti con noci o mandorle, immersi nel miele, profumati di alloro. Sono il legame più diretto con la terra, con il lavoro paziente dei contadini, con un sapere che non si è mai interrotto.

Nel Cilento, i dolci natalizi non sono semplici ricette: sono un modo di stare insieme, un’eredità che passa di mano in mano, di cucina in cucina. Raccontano un territorio che vive di autenticità, di gesti antichi, di sapori che non hanno bisogno di essere reinventati perché parlano già da soli.

Il Natale, qui, è questo: una tavola che profuma di miele, agrumi e castagne. Una comunità che si riconosce nei suoi dolci. Una storia che continua, ogni anno, attraverso le mani di chi impasta, frigge, assaggia e sorride.

Broccoli e salsiccia: un piatto che racconta la Campania

Quando il profumo intenso dei broccoli saltati nell’olio incontra la fragranza della salsiccia appena rosolata, non stiamo semplicemente preparando una pietanza: stiamo evocando una storia, una cultura, un’identità. In Campania, questo piatto non è solo cibo: è memoria, è rito, è appartenenza.

Origini e radici contadine

Broccoli e salsiccia nascono dalla cucina povera, quella che trasformava ingredienti semplici in capolavori di gusto. I broccoli di stagione, spesso friarielli nelle zone napoletane, erano il dono dell’orto, mentre la salsiccia rappresentava la festa, il momento speciale dopo la macellazione del maiale. Due elementi che raccontano la ciclicità della vita agricola: il lavoro quotidiano e la celebrazione.

Il loro valore antropologico

Questo piatto è molto più di una ricetta: è un simbolo di identità. Prepararlo significa ripetere gesti antichi, tramandati oralmente di generazione in generazione. È convivialità: riunire la famiglia attorno al tavolo, condividere il pane casereccio e il vino rosso. È resilienza: la capacità di creare sapori straordinari con ciò che la terra offre.

Il legame con il territorio

Nel Cilento, come in tutta la Campania, broccoli e salsiccia sono protagonisti delle sagre e delle feste patronali. Ogni zona ha la sua variante: nel Cilento si prediligono broccoli locali, mentre a Napoli regnano i friarielli. Questa diversità è ricchezza, è biodiversità che racconta la storia di un popolo e delle sue terre.

Curiosità e abbinamenti

• Varianti locali: alcune ricette prevedono l’aggiunta di peperoncino, altre una sfumatura di vino bianco in cottura.

• Abbinamento perfetto: un bicchiere di Aglianico del Cilento o di Piedirosso campano, per esaltare i sapori decisi. Per chi preferisce i bianchi, perché non azzardare una Falanghina cilentana, per bilanciare la sapidità e la grassezza della salsiccia con la freschezza e le note erbacee dei broccoli, rafforzando così l’identità locale e l’abbinamento a km zero.

• Pane: rigorosamente casereccio, magari cotto a legna, per raccogliere il sughetto.

Broccoli e salsiccia non sono dunque solo un piatto: sono un racconto di vita, di lavoro, di festa. Assaggiarli significa entrare in contatto con la storia di una comunità, con la sua anima più autentica. Perché in Campania, il cibo è cultura, è identità, è amore per la terra.

I fratelli Cosentino e la visione gastronomica di Pappa e Poppa Hostaria a Palinuro

Nel cuore del Cilento, tra mare cristallino e paesaggi che hanno ispirato miti e leggende, sorge una perla enogastronomica che racconta la tradizione con eleganza e modernità: Pappa & Poppa Hostaria, guidata dai fratelli Gerardo e Maria Cosentino.

Una cucina che unisce tradizione e innovazione

Lo chef Gerardo Cosentino porta ai fornelli un’impronta che fonde prodotti locali, sostenibilità e creatività. La sua cucina è un viaggio tra terra e mare, dove il pesce fresco e gli ortaggi del territorio diventano protagonisti di piatti essenziali, raffinati e mai eccessivi.

Lo chef Cosentino è Tradizione cilentana, rispetto assoluto per le materie prime, esaltate senza stravolgimenti. E’ modernità e minimalismo: contaminazioni internazionali e cura estetica del food plating. La sostenibilità, l’attenzione alla stagionalità e alla biodiversità, sono di casa da Pappa e Poppa, tutti valori che rendono il Cilento un unicum mondiale, culla della Dieta Mediterranea mediterranea.

L’accoglienza di Maria e la carta dei vini

In sala, l’anima del locale è Maria Cosentino, ex assistente di volo con British Airways e oggi sommelier diplomata. La sua passione per il vino ha dato vita a una carta profonda e variegata, che spazia dalle eccellenze campane alle grandi etichette internazionali.

Maria accoglie gli ospiti con un senso di ospitalità genuino, guidandoli nella scelta del vino perfetto e rendendo ogni esperienza unica.

Il locale, situato sul corso principale di Palinuro, si distingue per uno stile elegante e marinaro, con vetrate luminose che si affacciano sul mare e un piccolo orto a vista. Qui si celebra anche il “Metodo Cilento”, un approccio che valorizza lentezza, autenticità.

Pappa & Poppa è uno dei pochi ristoranti cilentani che riesce a coniugare alta cucina e territorialità. Offre un’esperienza completa: piatti raffinati, vini selezionati e accoglienza familiare.

Rappresenta un modello di ospitalità sostenibile e identitaria, perfetto per chi cerca autenticità senza rinunciare all’eleganza.

I fratelli Cosentino hanno trasformato Pappa & Poppa Hostaria in un simbolo del Cilento contemporaneo, dove la tradizione incontra la modernità e l’accoglienza diventa arte. Un luogo che racconta il territorio attraverso sapori, vini e atmosfere, rendendo ogni visita un’esperienza indimenticabile.

La cicciata di Santa Lucia: un rito di luce e comunità nel Cilento

Il Cilento custodisce tradizioni antiche che intrecciano fede, gastronomia e vita comunitaria. Tra queste, la cicciata di Santa Lucia occupa un posto speciale: una zuppa di legumi e cereali che, ogni 13 dicembre, diventa simbolo di condivisione e speranza.

Origini della tradizione

Santa Lucia, la “Santa della luce”, è venerata in tutta Italia, ma nel Cilento la sua festa assume un carattere particolare. La cicciata nasce come piatto della memoria contadina: un miscuglio di legumi e grani, cucinato lentamente e offerto ai vicini. Era un modo semplice e concreto per celebrare la Santa e rafforzare i legami di comunità, in un periodo dell’anno segnato dal freddo e dall’attesa del Natale.

La ricetta della cicciata

Gli ingredienti variano da paese a paese, ma la base resta la stessa:

  • Ceci, fagioli, lenticchie, cicerchie e fave
  • Grano e mais
  • Aromi mediterranei come aglio, alloro e rosmarino
  • Olio extravergine d’oliva cilentano

Il risultato è una zuppa calda e nutriente, che racconta la semplicità e la ricchezza della cucina povera.

Significato e valore sociale

La cicciata non è solo cibo: è rito e memoria.

  • Rappresenta la luce e la protezione di Santa Lucia.
  • È un gesto di solidarietà, perché viene preparata in grandi quantità e condivisa.
  • È un simbolo della cultura contadina, capace di trasformare ingredienti umili in un piatto identitario.

La cicciata oggi

In diversi paesi del Cilento, come Magliano Vetere, Sessa Cilento e Montecorice, la cicciata continua a essere preparata e distribuita durante le celebrazioni. Oggi è anche protagonista di sagre e manifestazioni, diventando un piatto che unisce spiritualità e turismo esperienziale. Assaggiarla significa immergersi nella storia e nei valori di un territorio che vive di autenticità.


La cicciata di Santa Lucia è un patrimonio immateriale del Cilento: un piatto che illumina la memoria, rafforza i legami e invita a riscoprire la bellezza della condivisione. Raccontarla e proporla significa valorizzare un itinerario di gusto e spiritualità che rende unico questo angolo di Campania.

Marco Rizzo: l’olio che nasce dal cuore del Cilento

“Tra le colline di Felitto, accanto alle Gole del Calore, Marco Rizzo ha scelto di dare nuova vita agli uliveti di famiglia. La sua storia è quella di un ritorno alle radici: un giovane che ha trasformato la passione per la terra in un progetto di eccellenza, producendo un olio extravergine che racchiude l’anima autentica del Cilento.”

L’Azienda agricola, fondata nel 2013, oggi conta circa 30 ettari e oltre 3.000 piante di cultivar autoctone come Nostrale di Felitto, Rotondella e Carpellese. Marco è riuscito ad esprimere attraverso gli oli prodotti il carattere forte ed elegante di un patrimonio olivicolo territoriale poco conosciuto e che non poteva o non doveva andare perduto. Marco dopo gli studi a Roma, ha iniziato la sua produzione su 5 ettari di uliveto dei nonni, associando la tradizione all’innovazione. Con il tempo, è arrivato un frantoio moderno di proprietà che gli consente di molire le olive a poche ore dalla raccolta e conservarne cosi tutte le proprietà organolettiche, dalla ricchezza dei polifenoli all’ampio ventaglio di sentori aromatici.

Oggi il frantoio di Marco Rizzo, produce oli monovarietali e blend bio, presidio slow food, riconosciuti tra i migliori extravergine di oliva in Italia.

Il Talismano, monocultivar carpellese, ha un profumo fruttato, il gusto ò inizialmente asciutto e dolce con note di mandorla verde e carciofo, una sottile nota amara di cardo e di piccante. Perfetto per insaporire pomodori secchi ripieni o un’insalata di lattuga e finocchi. Ottimo anche su pesce al vapore.

Le gole del Calore: un tesoro naturale del Cilento

Le Gole del Calore si trovano nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano, in località Remolino, a Felitto, un piccolo borgo dell’entroterra cilentano, conosciuto anche per la sua famosa Sagra del Fusillo. Si arriva agevolmente fino a Felitto, dove troverete le indicazioni per arrivare all’area giù al fiume. In periodi di bassa stagione, potete parcheggiare direttamente nei pressi dell’area picnic, ma se andata in estate potreste dover lasciare l’auto all’ingresso del paese e scendere a piedi fino giù al fiume. Il fiume che attraversa queste gole è il Calore,  che nasce dalle pendici del Monte Cervati  e ha scavato nel corso del tempo un lungo canyon attraverso le pareti rocciose creando ben 5 gole sparse in diverse località. Le prime tre gole si trovano tra i comuni di Piaggine, Valle dell’angelo e Laurino. La quarta e la quinta gola attraversano il borgo di Felitto e di Magliano Nuovo.

Cosa fare alle Gole del Calore? Il trekking lungo i sentieri che costeggiano il fiume, escursioni in canoa o pedalò, picnic nelle aree attrezzate.

Dimora di tante speci animali: la lontra, la trota fario, il martin pescatore e la salamandra dagli occhiali popolano le acque limpide; il bosco circostante custodisce felci e piante officinali.

Felitto è noto anche per la Sagra del Fusillo, piatto tipico che lega la tradizione gastronomica alla natura del territorio.

Le Gole del Calore sono quindi un luogo dove paesaggio, biodiversità e cultura rurale si fondono, offrendo un’esperienza autentica e rigenerante.

Enogastronomia cilentana: un viaggio tra sapori e identità

Il Cilento è una terra che racconta la sua identità anche attraverso il vino. Colline assolate, ulivi secolari e la brezza marina creano un microclima unico, ideale per vitigni come Aglianico, Fiano e Greco. Negli ultimi anni, diverse cantine hanno saputo valorizzare queste varietà con passione e innovazione, portando i vini cilentani a conquistare riconoscimenti e a farsi conoscere oltre i confini locali. Tra i produttori di spicco troviamo l’azienda Albamarina, fondata da Mario Notaroberto a Centola, Albamarina è una cantina che unisce tradizione e ricerca. I bianchi di Fiano (Valmezzana, Primula) esprimono freschezza e mineralità. I rossi di Aglianico (Agriddi, Futos) raccontano la forza del vitigno principe del Sud. Il rosato Maricinè è un inno alla leggerezza mediterranea.
Albamarina è anche innovazione, con progetti di studio su vitigni autoctoni cilentani. Altra azienda di spicco é Tenuta Cobellis, situata a Vallo della Lucania, la Tenuta Cobellis è una realtà agricola di oltre 300 ettari che ha scelto di puntare con decisione sulla viticoltura. L’Aglianico “Vigna dei Russi” è un rosso intenso e strutturato. Il Fiano “Crai” e il Greco “Piscrai” sono bianchi eleganti e freschi.
La filosofia della tenuta è chiara: unire la tradizione agricola cilentana con tecniche moderne, producendo circa 60.000 bottiglie l’anno con un potenziale di crescita sostenibile.

Infine, l’Azienda Agricola Papanonno, situata a Centola, è un’oasi di tranquillità immersa nella natura incontaminata. Produce vini IGP di alta qualità, con etichette che raccontano il territorio. Dona, rosso rubino dal bouquet ricco e variegato, con note fruttate e balsamiche. Lacci: rosso morbido e consistente, con sentori di frutta sotto spirito e spezie. Velardino: bianco giallo paglierino, floreale e agrumato, fresco e persistente. Papà nonno rappresenta la dimensione più intima e familiare della viticoltura cilentana, con vini che nascono dal rispetto della natura e dalla passione per il territorio.


Albamarina, Tenuta Cobellis e Papanonno sono tre volti diversi della viticoltura cilentana: innovazione internazionale, radici profonde e autenticità rurale. Insieme raccontano un territorio che, attraverso il vino, custodisce la sua storia e la sua identità mediterranea.

L’olio del Cilento: oro verde tra storia e natura

Il Cilento è una terra che profuma di mare e di ulivi. Passeggiando tra le colline che degradano verso la costa, si incontrano alberi secolari che raccontano storie di comunità e di lavoro paziente. Da questi ulivi nasce l’olio extravergine di oliva cilentano, un prodotto che è molto più di un condimento: è cultura, identità e patrimonio. Gli ulivi del Cilento, spesso piantati secoli fa, sono custodi di biodiversità. Varietà autoctone come la Rotondella, la Salella e la Frantoio danno vita a un olio dal gusto intenso e armonioso, capace di esprimere la ricchezza del territorio. Ogni raccolto è il frutto di un equilibrio tra natura e tradizione. La coltivazione dell’olivo nel Cilento affonda le radici nell’epoca della Magna Grecia. Ancora oggi, i frantoi locali mantengono vive tecniche di lavorazione che rispettano i tempi della natura e garantiscono un prodotto genuino. L’olio è parte integrante della Dieta Mediterranea, riconosciuta dall’UNESCO, e simbolo di uno stile di vita sano e sostenibile. L’olio cilentano è protagonista in cucina: esalta il pane casereccio e le bruschette, arricchisce insalate e piatti di pesce, dona carattere ai piatti tradizionali come i fusilli al ragù o le zuppe di legumi. Il suo profumo fruttato e la nota leggermente piccante raccontano la forza del territorio e la passione dei produttori. L’olio del Cilento non è solo un prodotto agricolo, ma un patrimonio culturale ed economico. Sostenere i frantoi e i piccoli produttori significa preservare paesaggi, comunità e tradizioni.


Portarlo in tavola significa portare con sé un pezzo di storia e di natura mediterranea, un legame profondo tra terra e cultura.

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